Pubblicato da Alberto il 31 dicembre 2019

Il “magellano” lo stretto del primo giro del mondo umano

Diario di Giovanni il nostro Ambassador de Pigafetta

Infine lo Stretto di Magellano. Dopo venti giorni di navigazione lungo le coste dell’America Latina alle 17 del 26 dicembre siamo a Cabo Virgines, un piccolo faro bianco e rosso al limitare di una terra desolata.

La partenza da Puerto San Julian il giorno di Natale era stata turbolenta. Con 40 nodi di vento da N-W uscire da quella rada topograficamente complicata si era rivelata cosa assai impegnativa; poi una volta in rotta verso sud, anche con la velatura ridotta a minimo, la nostra velocità si era stabilizzata sui 10/11 nodi, navigando il più sotto costa possibile per avere mare meno formato.

Ora siamo in anticipo sull’orario di inversione della marea, che sola può consentirci di affrontare la navigazione nello stretto. Perché in questo famoso braccio di mare le variabili da tenere in considerazione sono essenzialmente tre: la marea, che qui raggiunge una escursione di dieci metri tra l’ingresso dove ora ci troviamo e l’uscita verso Punta Arenas; le forti correnti tra i 6 e i 9 nodi che si invertono ciclicamente, e infine il vento, quasi sempre da ovest, cioè in prua. Da domattina e per i tre giorni successivi il vento sarà molto forte, quindi la nostra unica possibilità è di cominciare l’attraversamento questa sera alle 21. Decidiamo di aspettare dando fondo a ridosso del promontorio a nord, non molto lontano da una lunga teoria di piattaforme petrolifere off-shore. Queste punteggiano l’ampia insenatura che costituisce l’imboccatura vera e propria dello stretto di Magellano, contribuendo non poco a complicare la navigazione. Il paesaggio, già di per se’ spoglio e grigio, appare il calco di un qualsiasi campo petrolifero marino, come può essere il Mare del Nord che avevamo attraversato con Lifexplorer due anni or sono scendendo verso sud dalle Isole Svalbard.

E’ ormai notte quando riprendiamo la navigazione, ed evitare la linea delle piattaforme ci fa perdere tempo prezioso. Boliniamo senza luna né stelle verso la prima Angostura, che altro non è se non una ‘strettoia’ di due miglia di larghezza che immette nel secondo ampio bacino dello stretto. È come scendere lungo un torrente in piena, con sei nodi di corrente, e la barca spinta da 25 nodi di vento ‘surfa’ sulle acque turbolente alla velocità record per noi di 15 nodi. Non è semplice tenere la rotta, come non è semplice individuare i traghetti che anche a quest’ora di notte collegano la Patagonia con la Terra del Fuoco.

pirimiera angostura a vela piena notte e massima velocità, navigando in unfiume in piena radar su plotter.

Quando usciamo dall’Angostura purtroppo la corrente comincia ad invertirsi, ed in breve raggiunge un’intensità tale da consigliarci una seconda sosta: dovremo aspettare fino alle 12 :30 e ne approfittiamo per qualche ora di sonno. Il vento ci ha abbandonati e quindi attraversiamo a motore la seconda Angostura senza problemi. Puntiamo direttamente su Punta Arenas, costeggiando la piccola isola di Santa Maddalena, dove non manchiamo di osservare una delle più grandi colonie di Pinguini della regione sub-antartica: è la meta prediletta dei turisti, che qui giungono a frotte sbarcando dalle navi da crociera che incrociano ormai sistematicamente nell’area magellanica.

“Chiamassemo a questo stretto el stretto patagonico” scrive Pigafetta il 21 ottobre del 1520, e sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal successo della testarda ricerca di Magellano aggiunge: “Credo non sia al mondo el più bello e migliore stretto, come è questo”. Fu allora una scoperta che cambiò la concezione del mondo conosciuto, aprendo nuove rotte alla navigazione verso le isole delle spezie; oggi vediamo incrociare da queste parti rare navi, perlopiù rompighiaccio diretti alle basi in Antartide o navi militari, oltre alle navi passeggeri: i flussi economici del mondo viaggiano su altre rotte.

A Punta Arenas, infatti, non esiste un vero e proprio porto: solo un pontile al quale attraccano le unità più grandi. Diamo fondo in rada, di fronte ad una spiaggia al limitare della zona centrale della città. E per rifornirci dobbiamo servirci anche noi di una agenzia marittima, grazie anche ai buoni uffici del Direttore della Fondazione Omora che ci accoglie con grande cordialità appena saputo del nostro arrivo. Ritroveremo questa Fondazione a Puerto Williams dove gestisce un centro di ricerca con la Universidad de Magellanes e la University of Texas, per il Programma di conservazione bio-culturale della Regione Subantartica.

Giovanni Galla

 

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